Dentro il capolavoro - una pagina di Moby Dick

Pubblicato da Francesco D'Isa 23 maggio 2017
Moby Dick Kobo

 

La vita è breve e i libri sono lunghi, soprattutto se si considerano tutti i libri; la causa della rinuncia a molti capolavori non potrebbe essere più banale – e incurabile. Un’ulteriore difficoltà è l’assenza di un criterio di scelta: come optare tra migliaia di grandi opere, se sono tutte splendide? A dar retta ai letterati ognuna di esse è imprescindibile e decidere con la lettura di una pagina a caso fa sentir scemi, o peggio, arroganti.

Nel tentativo di alleggerire e titillare i lettori dunque, proporremo un brano eccezionale tratto da un libro eccezionale. Sarà come una pagina strappata da un vecchio libro, avvilito da una costolina divelta e deturpato da qualche notarella a margine. I commenti che troverete non hanno alcuna competenza critica, è ovvio, non sono nient’altro che i testimoni geologici di letture passate.

Iniziamo con Moby Dick, di Herman Melville.

Nello svegliarmi la mattina dopo verso l'alba mi ritrovai col braccio di Qeequeg che mi cingeva nel modo più amorevole e affettuoso. Si sarebbe potuto quasi pensare che fossi sua moglie. 

COMMENTO: Qeequeg è un grosso cannibale tatuato. Nativo di una fittizia isola polinesiana chiamata Kokovoko o Rokovoko, vanta origini altolocate: il padre era un re, lo zio un gran sacerdote. Detto questo, è il caso di sottolineare che Ismaele, il protagonista, si sveglia con un grosso cannibale tatuato che lo abbraccia amorevole – in un romanzo del 1851: immaginate cosa potevano pensare i lettori di questa strana coppia.  

La coperta era fatta di varie pezze cucite insieme, con buffi quadratini e triangoletti multicolori, e il suo braccio, tutto tatuato con la figura di uno sterminato labirinto celeste in cui non c'erano due parti con la stessa sfumatura di colore — suppongo ciò fosse dovuto al fatto che in mare teneva il braccio al sole e all'ombra senza alcuna regola, con le maniche della camicia rimboccate ora molto e ora poco — questo suo braccio, dicevo, sembrava in tutto e per tutto simile a una striscia della trapunta colorata. Anzi al mio primo risveglio, siccome il braccio c'era in parte posato sopra, a stento potei distinguerlo dalla coperta, tanto si confondevano i rispettivi colori; e solo per la sensazione di peso e di pressione mi accorsi che Queequeg mi stava abbracciando.  

COMMENTO: Il tentativo di interpretare un braccio di cannibale come una deliziosa trapunta è molto di più che un trucco di Ismaele per affrontare il trauma. È una dichiarazione di uguaglianza che ha radice nel pragmatico misticismo che pervade tutta l’opera dell’autore. Non solo la diversità tra uomo bianco e cannibale è di poco conto – nel libro Queequeg si dimostrerà il miglior compagno del protagonista – ma persino la diversità tra uomo (cannibale) e oggetto (trapunta) non è così definita. Per chi conosce la fragilità delle identità ogni discriminazione è infondata. 

Le mie impressioni erano strane, ma voglio provare a descriverle. Ricordo bene che, quando ero bambino, m'era capitato giorni prima da un piccolo spazzacamino; e la mia matrigna che, per una ragione o per l'altra, non faceva che fustigarmi o mandarmi a letto senza cena... la mia matrigna, dicevo, mi tirò fuori dal camino per i piedi e mi spedì a letto nonostante fossero soltanto le due del pomeriggio del 21 giugno, il giorno più lungo dell'anno, nel nostro emisfero. Ero proprio disperato. Ma non c'era niente da fare, e così andai di sopra nella mia cameretta al terzo piano, mi spogliai il più lentamente possibile per ammazzare il tempo e, con un sospiro sconsolato, m'infilai tra le lenzuola. E rimasi abbandonato lì, a calcolare, con tristezza, che dovevano passare ben sedici ore prima che potessi sperare in una risurrezione. Sedici ore a letto! Le reni mi facevano male al solo pensarci. Ed era anche una così bella giornata; la luce del sole entrava radiosa dalla finestra e c'era un gran rumore di veicoli nelle strade e un suono di voci allegre in giro per tutta la casa. Mi sentivo sempre peggio... finalmente m'alzai, mi vestii e, sceso in silenzio senza scarpe, cercai la mia matrigna e abbandonandomi a un impulso improvviso mi gettai ai suoi piedi, supplicandola di concedermi la grazia speciale di affibbiarmi una sonora battuta per punire la mia cattiva condotta; qualunque cosa, piuttosto che condannarmi a restare a letto per una quantità di tempo così insopportabile. Ma lei era la migliore e la più coscienziosa delle matrigne, e dovetti ritornare in camera mia. Per parecchie ore rimasi disteso lì, completamente sveglio, sentendomi molto peggio di quanto mi sarei sentito, da allora in poi, perfino in circostanze ben più sfortunate. Alla fine credo d'essere piombato in un torpore inquieto e pieno d'incubi; e quando lentamente mi risvegliai — ancora mezzo sprofondato nei sogni — aprii gli occhi e m'accorsi che la camera prima assolata era ora avvolta dall'oscurità della notte. Improvvisamente sentii un brivido per tutto il corpo; non si vedeva nulla, non si sentiva nulla; ma mi sembrava che ci fosse una mano soprannaturale appoggiata sopra la mia. Il mio braccio era abbandonato sulla coperta, e la forma o figura spettrale indicibile, inimmaginabile e silenziosa a cui apparteneva la mano sembrava la mattina dopo, quando mi svegliai, ricordai rabbrividendo ogni cosa, e per giorni e settimane e mesi mi persi in sconcertanti tentativi di spiegare quel mistero. Anzi, mi capita di tornare a pensarci ancora adesso. Ora, a parte la paura terribile, le mie sensazioni nel sentire la mano soprannaturale sulla mia erano molto simili, nella loro stranezza, a quel che provai svegliandomi e vedendo il braccio pagano di Queequeg che mi cingeva. Ma alla fine tutti gli avvenimenti della notte precedente mi tornarono pian piano alla mente, a uno a uno, come una realtà precisa, e allora percepii soltanto il lato comico della situazione.

COMMENTO: Svegliarsi abbracciati a un principe cannibale ricoperto di tatuaggi è senz’altro inusuale, ma Ismaele si consola pensando che succedono cose ben più strane, o addirittura inspiegabili. Per lo meno questo increscioso “braccio pagano” ha una spiegazione, a differenza della mano spettrale… tanto vale dunque riderci sopra.

Infatti, sebbene cercassi di spostare il suo braccio, di allentare quell' abbraccio maritale, Queequeg, addormentato com'era, continuava a tenermi stretto come se nulla eccetto la morte potesse dividerci. Tentai di svegliarlo — «Queequeg!» — ma l'unica risposta fu un ronfare. Allora mi girai dall'altra parte, perché mi sembrava di avere il collo prigioniero di un collare da cavallo; e a un tratto sentii un leggero graffio. Buttai da una parte la coperta, e vidi il tomahawk, che stava lì, addormentato al fianco del selvaggio, come un bimbo con la faccia d'accetta. «Ma guarda che razza di situazione», pensai, «a letto qui in casa d'altri, in pieno giorno, con un cannibale e un tomahawk!» — «Queequeg! In nome di Dio, Queequeg, svegliati!» Finalmente, dopo molte contorsioni e incessanti proteste per quel suo sconveniente modo d'abbracciare un compagno di sesso maschile neanche si trattasse della sua sposa, riuscii a ottenere in risposta un grugnito; e poco dopo ritrasse il braccio, si scosse tutto come un cane di Terranova appena uscito dall'acqua e si mise a sedere sul letto, rigido come un bastone, guardandomi e strofinandosi gli occhi come se non riuscisse proprio a ricordare come mai mi trovassi là, anche se alla fine, poco a poco, un'oscura consapevolezza della situazione parve illuminarlo.

COMMENTO: Tanto vale riderci sopra, si diceva, e infatti l’episodio si trasforma in una scenetta comica da sit-com americana.

Nel frattempo io rimanevo lì a studiarlo tranquillamente, visto che una creatura tanto peculiare destava tutta la mia curiosità, e che non avevo ormai rendersi conto della natura del suo compagno di letto e si rassegnò, per così dire, all'evidenza dei fatti, balzò sul pavimento e a forza di segni e suoni mi fece capire che, se a me non dispiaceva, si sarebbe vestito per primo, per consentirmi poi di vestirmi avendo a disposizione l'intera camera. «Queequeg», pensai, «date le circostanze, questa è una proposta molto civile; la verità è che questi selvaggi, dite pure quel che volete, hanno un senso di delicatezza innato; è incredibile quanto siano costituzionalmente garbati.» Faccio questo complimento speciale a Queequeg perché mi trattò con estrema civiltà e considerazione, mentre io mi comportavo proprio da maleducato, stando lì a fissarlo dal letto e a osservare tutti i movimenti che faceva durante la sua toletta; il fatto è che in quel momento in me la curiosità aveva preso il sopravvento sull'educazione. Certo che un tipo come Queequeg non si vede tutti i giorni, e sia lui che le sue maniere meritavano un'attenzione speciale.

COMMENTO: Il selvaggio “costituzionalmente garbato” reagisce più educatamente dell’occidentale, che, considerandolo un oggetto (di studio) più che una persona, non gli concede i benefici che siamo soliti accordare ai pari. Ismaele, insomma, si accorge di non aver alcun motivo di continuare a spiare la toeletta di Queequeg – a meno che l’abbraccio non lo abbia spinto all’amore, è ovvio.  

 

 

Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I. (Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano (Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.

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Commenti (1)

Bellissimo romanzo!
Americo June 01, 2017

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