Dentro il capolavoro - una pagina di Re Lear

Pubblicato da Francesco D'Isa 04 ottobre 2017

 

La vita è breve e i libri sono lunghi, soprattutto se si considerano tutti i libri; la causa della rinuncia a molti capolavori non potrebbe essere più banale – e incurabile. Un’ulteriore difficoltà è l’assenza di un criterio di scelta: come optare tra migliaia di grandi opere, se sono tutte splendide? A dar retta ai letterati ognuna di esse è imprescindibile e decidere con la lettura di una pagina a caso fa sentir scemi, o peggio, arroganti. Nel tentativo di alleggerire e titillare i lettori dunque, proporremo un brano eccezionale tratto da un libro eccezionale. Sarà come una pagina strappata da un vecchio libro, avvilito da una costolina divelta e deturpato da qualche notarella a margine. I commenti che troverete non hanno alcuna competenza critica, è ovvio, non sono nient’altro che i testimoni geologici di letture passate.

 
Dopo aver parlato di Moby Dick, è il turno di Re Lear di William Shakespeare.
 
KING LEAR
JAMES GREEN / PHOTOGRAPHER
 
Per chi non lo avesse letto: l’anziano re Lear decide di abdicare, e, per stabilire come dividere il regno fra le tre figlie, ha la brillante idea di indire una specie di gara di adulazione – Shakespeare nell’Amleto scrive “fragilità il tuo nome è donna”, ma anche gli anziani non scherzano. La cosa va ovviamente a finire malissimo e dà luogo a una serie di vicende che portano alla morte di chiunque.
 
LEAR - Nel frattempo vi renderemo note qui le nostre segrete decisioni. Ecco la mappa. (Dispiega sul tavolo un rotolo con la mappa del regno) Voglio che sappiate che abbiam diviso il nostro regno in tre e che è nostro preciso intendimento scrollarci dalle nostre vecchie spalle tutte le cure e gli affari di Stato per affidarli a più giovani forze, mentre, sgravati ormai d’ogni fardello, ci avviamo alla morte. Figlio nostro di Cornovaglia, e voi non meno caro figlio d’Albania, è nostra ferma volontà in quest’ora notificarvi quel che avranno in dote le nostre figlie, sì da prevenire sin d’ora ogni futura lor discordia. I principi di Francia e di Borgogna, rivali illustri nel chieder la mano della nostra più giovane figliola, hanno protratto ormai fin troppo a lungo l’amoroso soggiorno in questa corte, e bisognerà dar loro risposta. Ordunque ditemi, figliole mie, poiché siamo in procinto di spogliarci da oggi d’ogni nostra potestà, come di ogni possesso materiale e d’ogni altro interesse dello Stato, ditemi dunque quale di voi tre dovremo dire ci vuol più bene, sì che la nostra liberalità si possa estendere in maggior misura a quella nel cui animo l’affetto naturale di figlia rivaleggia con il merito. Parla tu per prima, Gonerilla, che sei nata per prima.
 
“Bene, dividiamo il regno: chi mi vuole più bene, che gli dò la parte più grande?”. Questa, in breve, l’ingegnosa proposta del re. Meno male che abdica.
 
GONERILLA - Signore, il bene mio è ben maggiore di quanto possa dirvi la parola; v’ho più caro della mia stessa vista, del mio spazio, della mia libertà, più d’ogni cosa al mondo, per preziosa e per ricca che si stimi; io non v’ho meno caro d’una vita che sia fatta di grazia, di salute, di bellezza, d’onore; v’amo il massimo che possa amare un figlio il padre, e il padre essere amato: v’amo d’un amore che la mia lingua è povera e impotente a dire: v’amo oltre ogni misura.
 
CORDELIA - (Tra sé) Che potrà dir Cordelia? Tacere, solo, ed amare in silenzio.
 
Gonerilla si affatica con lodi svergognate, mentre si intuisce che Cordelia non accetterà di buon grado le strane richieste del padre. Al lettore potrà sembrare che il re sia semplicemente rimbambito, ma il gioco di Shakespeare è proprio quello di far apparire ridicolo qualcosa di estremamente comune. Il bisogno di chiarezza, lusinghe e consolazione dell’anziano monarca è una strategia (in questo caso contro la paura della morte) che si attua un po’ tutti, basata sull’affidarsi a una spiegazione della realtà che sia chiara, univoca e priva di misteri. Lo stesso motivo per cui si tende ad accogliere le teorie del complotto: sono soluzioni facili. È difficile trovare una domanda più idiota ma allo stesso tempo più comune di questa: «Mi ami?». Chi non l’ha posta almeno una volta? Eppure è un campo dove affidarsi alle parole è quantomeno rischioso. L’amore è evidente e al contempo incomunicabile, sembra suggerire la tragedia.
 
 
LEAR - (A Gonerilla) Di quanto è incluso tra questi confini, da questa linea a questa: un territorio ricco di ombrose selve e di campagne, con abbondanti fiumi e vasti prati, noi ti facciamo da oggi signora: restino essi in perpetuo possesso dei discendenti tuoi e d’Albania. (A Regana) Che cosa dice la nostra seconda, la dilettissima nostra Regana sposa di Cornovaglia? Parla, figlia.
 
REGANA - Io sono fatta dello stesso conio di mia sorella, e mi stimo moneta di egual valore. Trovo nel mio cuore uno stesso sincero atto d’amore, ma il mio è senza limiti o confini; perché professo d’essere refrattaria a ogni altra gioia che possa venirmi dal più prezioso equilibrio dei sensi e di trovare l’unica mia gioia nell’amore per vostra cara altezza.
 
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RE LEAR - Su Kobo 
 
A Regana va alla grande perché le basta copiare la sorella. Cordelia invece è sempre più preoccupata:
 
CORDELIA - (c. s.) Ah, povera Cordelia!… Anzi, non povera, perché il mio amore, sono sicura, è ricco, assai più ricco di quanto possa esserlo la lingua.
 
LEAR - (A Regana) Resti dunque assegnato a te e ai tuoi in possessione e perpetuo retaggio questo terzo di tutto il nostro regno, non inferiore, sia per estensione che per valore e rendita fondiaria, a quello destinato a Gonerilla. Ed ora a te, Cordelia, gioia nostra, ultima nell’età ma non nel cuore, il cui giovane amore i vigneti di Francia si contendono col latte di Borgogna: che sai dire per ottenere un terzo del mio regno più ricco ed opulento rispetto a quelli delle tue sorelle? Parla!
 
CORDELIA - Nulla, signore.
 
LEAR - Come, nulla!
 
CORDELIA - Nulla.
 
LEAR - Da nulla non può uscire nulla. Su, parla ancora.
 
CORDELIA - Infelice ch’io sono, non so portare il cuore sulle labbra! Amo vostra maestà, né più né meno. che mi detta il mio vincolo di figlia.
 
La prima risposta di Cordelia è la più sincera: il legame tra le parole dette e l’amore provato non ha alcun valore. All’invito a riprovarci la ragazza non può che ribadire l’ovvio. Sei mio padre e ti amo come si ama un padre.
 
 
LEAR - Su, Cordelia, su, su, correggi un poco questo tuo parlare, se non vuoi rovinar le tue fortune.
 
È evidente che a Lear la cosa non va giù. Questa parte ricorda la scempiaggine di certi dialoghi amorosi. «Ma quanto mi ami?».
 
CORDELIA - Signore, voi m’avete generata, allevata ed amata. Questi debiti io vi ripago al lor giusto valore: io vi obbedisco, vi amo e vi onoro su ogni altra cosa al mondo. Perché le mie sorelle hanno un marito, se dicono di amare voi soltanto? Io, se mi sposerò, il mio signore con la stessa mano che avrà preso la mia come mio pegno porterà via con sé anche metà dell’amor mio per voi, delle mie cure e di tutto il mio debito di figlia. Certo non mi sposerò, come professano le mie sorelle, per riservare poi tutto l’amore, solo a mio padre.
 
LEAR - Parli con il cuore?
 
CORDELIA - Con il cuore, mio buon signore, sì.
 
LEAR - Così giovane, e già così impassibile?
 
CORDELIA - Così giovane, sì, e così sincera.
 
LEAR - E così sia! La tua sincerità sia pure allora tutta la tua dote! Ché, per il sacro fulgore del sole, per i misteri d’Ecate e la notte, e per tutti gli influssi dei pianeti per cui viviamo o cessiamo di vivere, io qui rinnego ogni paterna cura, propinquità e affinità di sangue con te, e d’ora in poi consìderati estranea per sempre a me ad al mio cuore. D’ora in poi troveranno maggiore simpatia, pietà ed aiuto nell’animo mio il barbarico Scita o chi per cibo si divora la carne dei suoi figli, di te, non più mia figlia.
 
Inutile dire che Cordelia è l’unica figlia che non tradirà quello scemone di Lear. La reazione del re nasconde la paura di riconoscere il bisogno dell’altro che lo porterebbe anche alla presa di coscienza della propria finitudine. Il filosofo americano Stanley Cavell propone un’interessante lettura di questa tragedia, in cui lo sconcerto del re è legato al fatto che al significato delle parole (ti amo tanto) non corrisponda necessariamente una realtà di fatto. Il povero sovrano sarebbe così vittima di una “[…] minaccia scettica […] di un’esteriorità assoluta, di una linea invalicabile, di una posizione a partire dalla quale è evidente (senza bisogno di prove) che il mondo è imperscrutabile, inconoscibile. [...] lo scetticismo esprime il potere di chiunque possieda il linguaggio, il potere e anche il desiderio di scomunicare se stessi, di esiliarsi dalla comunità cui si appartiene per consenso reciproco e in cui esistono parole per esprimersi.”. Shakespeare, un maestro delle parole, ci suggerisce che non è mediante di esse che si risolve il mistero del mondo; possiamo solo accoglierlo, così come si accoglie l’amore. 
 
 
 
Francesco D’Isa (Firenze, 1980), di formazione filosofo e artista visivo, dopo l’esordio con I.(Nottetempo, 2011), ha pubblicato romanzi come Anna (effequ 2014), Ultimo piano(Imprimatur 2015), La Stanza di Therese (Tunué, 2017) e saggi per Hoepli e Newton Compton. Direttore editoriale dell’Indiscreto, scrive e disegna per varie riviste.
 
 

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