Quattro canzoni per una Milano che non c’è più

Pubblicato da Paolo Armelli 18 maggio 2017
 

Incontro Violetta Bellocchio nel dehors di un bar in una laterale di corso di Porta Romana, il che è una coincidenza per la comodità di entrambi ma anche un riferimento piuttosto simbolico. Perché il suo nuovo romanzo, Mi chiamo Sara, vuol dire principessa (uscito in questi giorni per Marsilio), è ambientato proprio a Milano, più precisamente nella Milano del 1983, una città che non c’è più e al contempo persiste nell’immaginario urbano: “Milano è cambiata, ma devo dire non così tanto”, ci racconta. “Ci sono dei quartieri che si sono improvvisamente gentrificati, come anche questo, che era un po’ il piccolo Bronx del centro, zona popolare ma con gli scippatori e una forte componente malavitosa; oggi ristorantini, corniciai”.

Milano è un luogo obbligato, piuttosto, perché la protagonista del romanzo la sceglie – o se la trova davanti – come la tappa necessaria della sua nuova vita: Sara è una quindicenne di Settima, piatto paesino del Piacentino in cui non ha prospettive né volontà; fugge appunto nella capitale lombarda per coronare il suo sogno di incontrare il mitico Tony, magnetico deejay che la renderà una star: “L’industria discografica stava a Milano in quegli anni, non avrei potuto raccontarla in un altro posto”, spiega Bellocchio nonostante la sua spietata ambivalenza nei confronti di questa città. “A Milano si scappava tutti, come scappa Sara per fare parte di questo mondo di bolle e di luci. Anche se oggi il divario fra chi può permettersi una certa vita e gli altri frustati dallo stare a guardare è feroce”.

Il romanzo di Bellocchio è al contempo lucidissimo e ambiguo, ambiguo come un’epoca, gli anni Ottanta, in cui ogni specchio lucente gettava ombre inquietanti. In un battibaleno Sara si ritrova a impersonare Roxana, diva dell’Italo disco a cui presta la sua figura pallida e lucente, dorata e vittoriosa (la voce è di una ignota corista, invece); Antonio, o Tony, vede in lei una delle sue idee, una delle sue creazioni, addirittura la sua anima gemella. Prende questa quindicenne sradicata e la tramuta in un sogno discografico, disperatamente potente quanto effimero: “Se io dico che tu canti, tu canti. E tutta l’Italia farà la fila per guardarti cantare”, le dice.

La musica è in effetti un elemento fondamentale del libro, non solo perché di quel mondo e di quell’industria si parla, ma anche perché le pagine sono costellate da brani che ne fanno una specie di colonna sonora attualizzante. Bellocchio ha selezionato quattro di queste canzoni, una playlist che ci ripiomba nelle atmosfere così ingannevoli e così ossessive di quegli anni.

New Order, Age of Consent 

 

È una canzone che si sente in più passaggi del libro, era irresistibile: una traccia cristallina e ipnotica perfino oggi, pensa che effetto doveva fare a una ragazzina che la sentiva all’epoca in un club”, racconta Bellocchio. L’idea di Mi chiamo Sara è quello, infatti, di restituire con autenticità ed estremo realismo il sogno di quegli anni.

È un sogno ambiguo, appunto, un’illusione che dura finché non subentrerà la prossima diva di plastica e vinile. E chi rimane deve fare i conti con quel che è rimasto di sé stesso:

C’è una mitologia che circonda gli anni Ottanta totalmente ridicola, che non ha niente a che fare col periodo storico in questione ma solo col modo in cui quel periodo raccontava sé stesso come un’epoca di benessere, di felicità per tutti, dove i sogni potevano essere realizzati”, riflette Bellocchio. “Chi ci viveva dentro aveva un’impressione molto diversa: c’era chi voleva essere preso sul serio invece di fare l’idolo delle ragazzine, oppure chi viveva male la propria celebrità per via della solitudine e dell’infelicità”. Un personaggio del libro incarna questa insoddisfazione, continuando a ripete: “L’arte, dov’è l’arte in quello che stiamo facendo?”.

Sara diventa Roxana, dunque, ma, il tempo di due singoli e un tour estivo collettivo, è costretta a ritornare Sara. Il mondo di abiti da sera metallici, pennette alla vodka, discoteche coi lustrini negli scantinati, vasche da bagno piene di champagne finisce in fretta, inghiottito dal buco nero di una depressione che domanda: cosa valgo ora? Dov’è la vita che mi era stata promessa? Segue dunque un periodo estremamente cupo, fatto di attese inutili e di sussistenza aggrappata alla vita. E poi la rinascita: il ritrovare un volto amico, il rifugiarsi lontano dal vuoto cittadino, lo scoprire un vero talento, quello della pittura. L’arte è un elemento importante, anche perché in un momento difficile nella realizzazione del romanzo, l’autrice ha interrotto la scrittura per tradurre il saggio Artisti rivali, uscito per Utet; e il risultato si avverte in uno stile immaginifico, pastoso, a tratti espressionista: “Quando Sara ha preso la scena nella mia idea di romanzo, ho cominciato a seguire la sua voce. Il punto di vista della protagonista è molto chiaro: il suo ragionare per immagini, suoni, sensazioni, il mio compito da scrittore era starle dietro il più possibile”.

Phil Collins, Against All Odds

Bellocchio ha scelto questo pezzo con grande precisione: “È la canzone dell’estate a cui nel libro non viene mai dato un nome ma è in effetti il brano che in quei mesi era al primo posto in Italia”. Anche i temi però sono azzeccati: parla di lontananza, di una relazione già finita. La carriera di Sara, infatti, coincide con la sua relazione con Antonio, molto più grande di lei, sbagliata da tutti i punti di vista ma anche necessaria per lei, per il suo istinto di sopravvivenza, per la sua necessità di costruirsi un destino: “Ho delle opinioni morali molto chiare sulla storia che ho raccontato, però devono entrare fino a un certo punto”, rivela Bellocchio. “Fra l’altro ho scritto il romanzo con uno spirito di immedesimazione totale con Sara: ho vissuto tutti gli alti e bassi della protagonista, il fatto che sia un giro sulle montagne russe, il fatto che lei vada sempre più su e poi crolli e poi rinasca, io li ho vissuti mentre scrivevo”.

Immedesimazione ma anche distacco: “Il mio mestiere di scrittore mi ha imposto di fare un passo indietro, di metter assieme una componente istintuale e una morale”. La ricchezza di questo libro è quello di raccontare una storia contraddittoria, ambigua, tanto sporca quanto pulita. Difficile dire dove finisce la morbosità, lo scandalo, e dove inizia l’istinto, la naturalezza, l’innata nostra propensione a farci del male pur di determinarci. Gli stessi sentimenti del deejay-manager sono un connubio di idealismo e depravazione: “Sicuramente Tony ha creduto di essersi innamorato, ma si è innamorato di una parete bianca, di un’immagine, di qualcosa che pensava di poter manipolare e anche della parte di Sara che resisteva alla manipolazione,” spiega la scrittrice. “Come tutti i matti nichilisti narcisisti ossessionati dalla propria importanza nel grande asse delle cose c’è cascato in pieno”.

Donna Summer, I feel love

Che cos’è Mi chiamo Sara se non una storia di ossessione? Di varie ossessioni che si stratificano e che si scontrano? Per questo I feel love torna in modo ripetitivo nelle pagine: “Ascolti queste versioni lunghissime, di sette-dieci minuti e ti ritrovi a seguire solo questa voce ipnotica. È una canzone che ti assorbe completamente, sei trasportato in questo mondo incorporeo che diventa tutto il tuo mondo”. La protagonista la incontra dovunque, la canticchia sotto la doccia, se la porta dietro nel walkman che diventa il suo piccolo rifugio portatile.

Perché tutto ciò che Sara vive è un’esperienza totalizzante, che non lascia scampo, ogni dettaglio, ogni scelta è questione di vita o di morte, di stasi o di rinascita. Bellocchio ha scritto questo libro dopo aver affrontato “con un livello di incoscienza disumano” Il corpo non dimentica (Mondadori), il memoir in cui racconta senza sconti né compiacenze il suo passato da alcolista. Qui però tutto è virato alla fiction: “Ho sperimentato quanto è potente dare i tuoi occhi a qualcun altro, che è una cosa incredibile”. Non è per questo che si scrive, in fondo? “Joan Didion ha dichiarato che scrive per dare un senso ai suoi pensieri”, risponde. “Io scrivo per dare un corpo alla musica nella mia testa, per dare una forma alle immagini che mi si presentano davanti agli occhi”.

Kim Carnes, Bette Davis Eyes

Ho scelto questa canzone perché mi piaceva il fatto che fosse stata scritta prima ma raggiunse il successo solo con la cover di Kim Carnes”, racconta l’autrice, per poi aggiungere che racconta un sacco della protagonista: “Nel testo si dice “She’s precocious and she knows what it takes to make a pro blush” ed è esattamente ciò che è Sara. Si dice che una ragazza è pura come la neve di New York, quindi zozza, ma ha gli occhi di Bette Davis: si porta dietro questa idea di glamour da stella del cinema già tramontata”.

Anche il verso “All the boys think she’s a spy” è significativo: una ragazza come Sara è inafferrabile, sfugge a ogni definizione e si salva solo nella pervicacia con cui affronta il mondo:Lei mantiene un’innocenza feroce”, dice Bellocchio. “oltre a essere una ragazza che sta dentro a un labirinto di manipolazioni e di costruzione di un falso sé. E la sua doppiezza è ciò che la salva, quello che la rende unica”. Perché anche dopo aver raggiunto una fama improvvisa e totalizzante e averla persa in modo così altrettanto subitaneo, c’è ancora tanta vita da vivere, completamente diversi da quello che ci si aspettava di essere.

violetta bellocchio SARA

 

 

 

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