"Siamo tutti migranti nel tempo". Intervista a Mohsin Hamid

Pubblicato da Paolo Armelli 02 maggio 2017
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Ci sono scrittori che affascinano perché sanno evocare mondi che altrimenti non sarebbero accessibili. Altri che aprono gli occhi sul nostro mondo così com’è, anche se spesso non lo vediamo. E poi ci sono quelli come Mohsin Hamid, autore indo-pakistano che oltre a scrivere narrativa ha studiato corporate law e fa il consulente per grandi aziende. Un’identità meticcia, la sua, che torna nei suoi libri come nel suo stile e lo rende un osservatore estremamente acuto della nostra contemporaneità, dove fenomeni concreti e pragmatici si fondono a risvolti che vanno spesso oltre la nostra comprensione immediata.

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"Il realismo è una prigione, una tirannia: niente è reale ma dipende solo dal consenso che gli si crea attorno".

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Hamid è stato in Italia negli scorsi giorni come ospite a Tempo di Libri per presentare il suo ultimo romanzo, Exit West, pubblicato da Einaudi. Si tratta della storia di due giovani, Saeed e Nadia, che s’innamorano e scappano da un paese sempre più attanagliato dalla guerra. Pare la storia di due migranti come le tante raccontate dai giornali di questi mesi, e invece viene trasfigurata in una parabola più ampia sulla nostra epoca. La realtà di due giovani costretti alla fuga, a perdere le proprie origini ma anche il rapporto fra loro stessi, è metafora multiforme di un presente fatto di distanze, confini, incomunicabilità.

Uno degli aspetti più positivi di questo Exit West è quello di non cadere mai nell’attualità spiccia, nel sentimentalismo catartico di tanta letteratura di migrazione, divenuta ormai un sottogenere fra il rosa e il drammatico. D’altronde Hamid non è molto legato al concetto di realtà: “Il realismo è una prigione, una tirannia: niente è reale ma dipende solo dal consenso che gli si crea attorno”, ci ha raccontato. “La libertà sta proprio nel mettere in discussione questo realismo imperante”. Anche nelle sue opere precedenti c’era sempre un piccolo scarto che trasformava un racconto apparentemente verosimile in una costruzione letteraria suggestiva di per sé stessa: nell’esordio Nero Pakistan era l’espediente di un surreale processo al protagonista, con il narratore che si esprime in seconda persona; ne Il fondamentalista riluttante l’interazione sempre rifratta fra il personaggio principale e i lettori.

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"Negli anni ’50 o ’60 tutti cercavano di prepararsi un futuro, oggi l’atteggiamento è più passivo: abbiamo delegato la sua creazione alle start up della Silicon Valley".

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Anche in quest’ultimo libro, infatti, quella che noi percepiamo come una storia raccontata in presa diretta su una guerra che costringe all’esodo si trasforma in una specie di distopia futuristica (un futuro piuttosto vicino, però) in cui il soprannaturale incombe sull’ineffabile verosimiglianza: Saeed e Nadia, ad esempio, si muovono da una località all’altra (dalla loro città a Mykonos e poi da lì a Londra, e ancora in America) attraverso delle misteriose porte, quasi dei varchi di teletrasporto: “La loro funzione è quella di condensare in appena un anno di narrazione le evoluzioni che potrebbero caratterizzare le migrazioni nei prossimi due o tre secoli”, racconta lo scrittore. “Inoltre mi permettevano di non concentrarmi sul viaggio dei migranti”. La tappa forse più complessa e dolorosa del viaggio è saltata a piè pari, ma non è un’omissione colpevole: “Concentrarsi solo ed esclusivamente sulle loro traversate è solo un altro modo per descriverli come altro da noi: ma hanno intere vite prima e dopo quel viaggio, che può durare solo poche ore o pochi mesi”. Risparmiare loro i movimenti significa focalizzarsi maggiormente sui dettagli della loro vita ma soprattutto della loro dimensione emotiva.

Le porte sono anche un modo per raccontare un aspetto più ampio del mondo moderno: “In fondo non sono qualcosa di completamente inventato. Al giorno d’oggi abbiamo annullato le distanze in mille modi: con gli aerei, con Skype, con gli smartphone”. La tecnologia gioca in effetti un ruolo importante nella nuova vita che Saeed e Nadia cercano di costruirsi altrove: hanno bisogno di ricaricare i loro telefoni, cercano subito piani tariffari che permettano loro di mettersi in contatto con i parenti sui social o di aggiornarsi sulle notizie dal loro paese d’origine. Sembra contraddittorio ma nella disperazione l’informazione diventa fondamentale. Lo stesso Hamid riflette con grande lucidità sul rapporto fra tecnologia e cultura: “Quello che mi interessa è esplorare le implicazioni emotive della tecnologia. È come pensare alla differenza fra pornografia e sesso: la prima è tutta esteriorità e minimi dettagli, il secondo riguarda il coinvolgimento mentale e sentimentale”. Per la tecnologia funziona allo stesso modo: “Da una parte tutto quell’inutile branding e la marea di dettagli tecnici, dall’altra gli effetti che essa ha sulla nostra vita. Voglio parlarne da un punto di vista umano, anche considerato che ogni aspetto della nostra vita ne è ormai interessato”.

Ma la tecnologia è un altro modo per avvicinarsi al futuro, così come i due protagonisti tentano di metterne assieme uno anche per loro: “La questione del tempo è fondamentale oggi, anche perché il passato è remixato con esso”, spiega. “Negli anni ’50 o ’60 tutti cercavano di prepararsi un futuro, oggi l’atteggiamento è più passivo: abbiamo delegato la sua creazione alle start up della Silicon Valley che lo hanno agganciato a concetti di monetizzazione e monopolio dell’attenzione; e a politici che dicono di voler ottenere il futuro tornando nel passato”.

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"Chi afferma che la religione non abbia alcun significato lo fa da una posizione già debole, perché anche la razionalità è una contraddizione". 

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Se da una parte l’innovazione risponde al nostro “desiderio narcisistico di guardare a noi stessi in continuazione” e quello “nostalgico di continuare ad ancorarci al passato”, dall’altra amplia le distanze fra le persone e le paralizza in un’”obesità di informazioni” da cui non c’è scampo. Anche qui l’attualità torna prepotente: delle tragedie dei migranti possono sapere potenzialmente ogni cosa, eppure l’effetto primario è quello di un’apatia irremovibile. Mohsin Hamid è un narratore straordinario perché si infila sempre in queste contraddizioni umanissime: ne Il fondamentalista riluttante, il romanzo del 2007 poi divenuto un film di Mira Nair nel 2012, si interrogava allo stesso modo sulle convinzioni di un professore pakistano cresciuto negli Stati Uniti e su come il solo suo aspetto o la sua nazionalità possano trasformarlo in un istante (dopo le Torri Gemelle) nell’ipotetico nemico di una società che l’aveva fino ad allora cresciuto ed imbevuto dei suoi ideali. Il sapiente meccanismo narrativo è lo stesso: dare la percezione al lettore che ci stia muovendo in un territorio dalle coordinate precise, quasi confortanti, e poi sparigliare le carte con movimenti improvvisi, generatori di turbamenti profondi.

 

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Anche su questo tema Hamid spende parole di grande saggezza: “Chi afferma che la religione non abbia alcun significato lo fa da una posizione già debole, perché anche la razionalità è una contraddizione. Dunque io credo nell’utilità reciproca delle due cose, in cui religione e raziocinio si rendano fertili a vicenda”. In altre parole non è necessario togliere certezze a chi trova conforto nella religione, d’altra parte non bisogna dimenticare che anche il pensiero razionale è frutto di un libero arbitrio apparente. È dunque sempre necessaria una mediazione: “In tempi di guerra abbiamo molto più bisogno di operatori di pace che non di generali”.
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“Siamo tutti migranti nel tempo”

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Exit West, in ogni caso, non è solo un condensato di tutte queste suggestioni sul nostro vivere contemporaneo. È anche un’opera letteraria incisiva e raffinatissima, costruita con l’intreccio di storie parallele, dettagli rivelatori e uno stile quasi ossessivo nella sua ricerca di un pathos mai banale. Frasi lunghe, aggiunte continue, parole ed espressioni che ritornano in ritornelli dalla marcata oralità: “Il mio libro precedente, Come diventare ricchi sfondati nell'Asia emergente, si concludeva con un lungo capoverso di una sola frase,” racconta l’autore, “era come una preghiera laica, quasi che io come narratore stessi invocando una specie di incantesimo”. Un’invocazione quasi misterica, un’atmosfera di condensato rapimento: “Penso che lo stile e il ritmo di quest’ultimo romanzo sia nato proprio da quel momento, da quella specie di incanto”.
 
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A ciò si aggiunge l’universalità di questa vicenda, che ci tocca da vicino nonostante appaia inizialmente aliena: “Siamo tutti migranti nel tempo”, si legge a un certo punto nel romanzo. Il lettore pensa che si tratti di due giovani presumibilmente mediorientali, che fuggono da una città assediata dai miliziani che richiama subito alla mente Aleppo, per finire in una Londra che subito si rivela però scissa, fantasmatica e irreale. Pian piano si capisce che quei giovani, quella città, quella fuga sono più familiari di quanto non si pensi: Il libro inizia in una città senza particolari o dettagli, questo per rendere la natura del conflitto che vi si scatena molto generale”, rivela Hamid. “Inoltre credo che non sia fondamentale nominare un luogo specifico perché chiunque viva in città oggi si sente sull’orlo di una catastrofe. Io vivo a Lahore, un luogo relativamente pacifico, ma anche lì le persone vengono uccise, scoppiano le bombe, si sentono esplosioni. Ho sempre la sensazione che possa accadere qualcosa. Ormai la sensazione di pericolo è una sensazione profondamente urbana”.

Non bisogna tuttavia arrivare alla conclusione che la concezione del mondo di cui Mohsin Hamid nutre le sue opere sia di un irreparabile pessimismo. Anzi, la lucidità del suo sguardo e la pastosa espressività della sua penna non possono che lasciare adito a una speranza inestinguibile. Una speranza fatta di moderazione, comprensione dell’altro e un’instancabile fiducia nella libertà. E lo testimonia anche una frase tratta dall’introduzione ai suoi saggi raccolti ne La civiltà del disagio del 2016: “In qualsiasi nazione, in qualsiasi città, a Lahore, a New York, a Londra, in qualsiasi fabbrica, in qualsiasi ufficio, qualsiasi cosa indossiamo e qualsiasi mestiere facciamo, ovunque siano rivolte le nostre ambizioni, avremo la libertà di essere ciò che scegliamo di essere”.

 

 

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Mohsin Hamid è cresciuto a Lahore, ha frequentato la Princeton University e la Harvard Law School, lavorando poi per diversi anni come consulente aziendale a New York. Il suo primo romanzo, Nero Pakistan, è stato tradotto in Italia da Piemme. Il fondamentalista riluttante, pubblicato da Einaudi nel 2007 e tradotto in piú di 25 lingue, è stato un bestseller internazionale. Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito Come diventare ricchi sfondati nell'Asia emergente, nel 2016 Le civiltà del disagio e nel 2017 Exit West.

 

 

 

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